Mondiali 1990, Julio Velasco riscrive la storia dell’Italvolley

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Fino al 1989, dell’Italvolley maschile si ricordava solo la cavalcata ai mondiali del ’78 in casa, con il secondo posto conquistato dal “gabbiano d’argento” come venne ribattezzata la squadra di quell’epoca.

Ci fu anche il terzo posto di Los Angeles ’84, ma senza gli squadroni dell’Est quel bronzo aveva un peso specifico molto relativo. Insomma l’Italia pallavolistica aveva sempre recitato il ruolo della comprimaria.

Arriva Julio Velasco

Nel 1985 un giovane argentino appena trentatreenne, viene ingaggiato dalla società italiana più blasonata, la Pallavolo Modena a secco di risultati da un po’ di tempo. Il risultato è che i gialloblu vincono quattro scudetti consecutivi.

A Modena Velasco incontra alcuni dei protagonisti della nazionale che verrà, tra i quali un giovane palleggiatore trentino, di nome Lorenzo Bernardi. Velasco lo vede e pensa che possa rendere di più da schiacciatore, pensa che possa diventare uno che fa la differenza giocando di banda. Pensa che possa decidere un mondiale? Magari no, o forse sì chissà, d’altra parte Julio è un fenomeno….

Nel 1989 dopo il quarto scudetto arriva la chiamata dalla federazione che affida a Velasco la nazionale maschile, per provare a risollevarne le sorti dopo un anonimo 9° posto alle olimpiadi coreane.

“Chi vince festeggia, chi perde spiega” diceva sempre Julio, ma questa volta forse avrà anche lui qualcosa da spiegare pensano tutti, ma lui no, vuole solo festeggiare.

Il primo successo

Arrivano i campionati europei del 1989 in Svezia: i padroni di casa, l’Olanda e soprattutto i sovietici fanno paura. “Eh Julio, certo che se avessimo Antonov, Sapega, Kuznecov…”, “eh, ma non li abbiamo sono russi” risponde Velasco.

In fondo sta qui l’essenza di Velasco: niente scuse, niente alibi, niente chiacchiere, si fa con quello che si ha e si cerca di farlo meglio possibile, possibilmente meglio degli altri.

Intanto c’è già una grossa sorpresa, nelle convocazioni manca Fabio Vullo, il palleggiatore che con lui ha mietuto scudetti a Modena resta a casa, a guidare il team azzurro sarà il giovane Paolo Tofoli. Stupore, e già qualcuno storce la bocca perché Vullo è considerato tutt’ora uno dei migliori palleggiatori della storia.

Ma Velasco procede per la sua strada, nella costruzione di un meccanismo perfetto, che gioca libero da vincoli mentali, che lotta punto su punto, che sa che tanto il proprio allenatore, non accetterà mai alcuna scusa, nessuna spiegazione per un attacco fuori o una difesa mancata. Niente alibi.

I sovietici tanto temuti non li incontriamo, si fermano in semifinale contro i padroni di casa, mentre noi asfaltiamo l’Olanda: è 3-0 in semifinale. In finale ci toccano i padroni di casa della Svezia, ma Bengt Gustafsson, il precursore della battuta salto spin non fa paura e ci portiamo a casa l’oro vincendo 3-1

L’Italvolley continua a vincere

World League, Giochi del Mediterraneo, Goodwill Games, l’Italia fa man bassa di successi in giro per il mondo dando lezione anche ai russi, l’entusiasmo cresce e la “Generazione di fenomeni” è pronta per affrontare i mondiali del 1990 in Brasile.

Già, generazione di fenomeni, perché è così che verrà chiamato quello straordinario gruppo di giocatori del quale ancora non abbiamo parlato in dettaglio, che dominerà il mondo per gli anni a venire e che diventerà “La squadra del secolo”

I mondiali di pallavolo del 1990

A palleggiare c’è sempre Paolino Tofoli, classe 1966, forse non tra i top in quanto a talento puro ma mostruoso sotto il punto di vista tattico e strategico. In diagonale con Paolo gioca Andrea Zorzi, che anche per “colpa” di Velasco con il club (Parma) non si è ancora tolto grandi soddisfazioni, ma che diventerà uno degli attaccanti più forti del pianeta. E noi italiani lo sappiamo bene, perché dopo Zorro per rivedere un opposto di livello planetario (parliamo di top 5) con la maglia azzurra abbiamo dovuto aspettare lo Zar, Ivan Zaytsev.

Zorzi è del ’65, come Luca Cantagalli, schiacciatore laterale detto “Bazooka”. Il perché è facile immaginarlo Luca aveva il braccio discretamente pesante, ma soprattutto era una “macchina” in ricezione, a Paolino la palla arrivava sempre in testa.

A completare il terzetto del ’65 c’è un centrale, si chiama Andrea Gardini. Forte? Non lo so, fatto sta che io non mi ricordo un primo tempo che il Gardo non abbia messo in terra, niente non ce la faccio. C’è un tizio che racconta di averlo visto Gardini che non faceva punto, ma io non ci credo, palla al Gardo e palla in terra sempre. Addirittura dopo essersi stufato di andare sempre a terra si inventò il primo tempo ritardato, roba che adesso a muro avresti anche il pubblico, ma questa è un’altra storia, andiamo avanti.

L’altro centrale è brutto, diciamolo. Ha le spalle un po’ curve e un taglio di capelli impresentabile. Si chiama Andrea Lucchetta detto Lucky, anzi Crazy Lucky. E’ il capitano di quella nazionale ed è cattivo da morire, oltre che forte certo, tanto forte. Lucchetta è straordinariamente bravo, in attacco e a muro, ma anche in seconda linea non molla niente, mai, è un trascinatore incredibile. A 28 anni, nel pieno della maturità sportiva sarà il miglior giocatore del mondiale.

Poi ricordate l’ex palleggiatore? E’ il più giovane di tutti Lorenzo Bernardi con i suoi 22 anni, ma è un talento incredibile. La sua tecnica individuale è pulita, netta. Inesauribile in ricezione, in attacco Lollo può fare punto in mille modi diversi. Qual è la direzione d’attacco di Bernardi? Ma cos’è, uno scherzo? Bernardi può attaccare ovunque, in qualunque modo, in qualunque zona del campo. Intrarotazione, extrarotazione, parallela, diagonale, mani out, pallonetto. E’ così forte che potrebbe chiuderti un mondiale, è così forte che forse potrebbe diventare il più forte di tutti i tempi.

L’Italvolley scende in campo

E con una squadra come questa, con un allenatore come Julio Velasco potevamo forse perdere?

Beh sì, abbiamo perso e anche con un 3-0 secco contro i cubani. Oh, abbiamo fatto fuori tutti, olandesi, russi, svedesi, ma i cubani… Loro hanno El Diablo, Joel Despaigne, quello è tosto davvero.

Alla fine è solo 1,91 è vero ma quanto salta? Più di un metro sicuro e poi che spalla ha? Il braccio va via velocissimo e la palla viaggia. Tanto. Troppo.

Sì però sono solo i gironi di qualificazioni, le altre le abbiamo vinte tutte anche se in semifinale, ci sono i brasiliani. Con il Brasile in casa è dura (quanto brucia ancora la finale di Rio 2016…), siamo al Maracanazhino, 27.000 brasiliani che urlano come ossessi. Ma per i verde oro c’è un solo problema e cioè che a Lucky Crazy Lucchetta non gliene frega niente. Non gliene frega niente del Maracanazhino e dei 27.000 brasiliani infoiati e dopo oltre due ore di battaglia, al quinto set sul 14-13 pianta lì un primo tempo che fa un cratere sui 3 metri e ci spedisce dritti in finale. E forse Julio a prendersi un cardiotonico, perché per il match point non era esattamente la scelta che avrebbe fatto lui, ma Paolino ha dato il primo tempo, viva Paolino.

E’ tempo di finale. Poche volte si sono viste due squadre prendersi a pallonate come hanno fatto Italia e Cuba quel giorno, con i due opposti, Despaigne e Zorzi a picchiare come ossessi e a sfidarsi, palla dopo palla. E non è nemmeno così importante fare la cronaca di quell’incontro, tutti lo abbiamo visto e le cronache si possono trovare ovunque in rete, è bello pensare a quell’ultima palla, al mani-out di Lollo Bernardi, al Gardo sul seggiolone dell’arbitro, a Jacopo Volpi che urlava e piangeva.

E a quello che ha regalato a tutti gli appassionati di pallavolo, che si sono sentiti un po’ più grandi, che non si sono più sentiti parte di uno sport minore e che finalmente potevano dire “ci siamo anche noi”.

Dopo il mondiale

Cosa successe dopo? Che la generazione di fenomeni non si fermò, ma si issò in cima al mondo ancora nel 1994 e nel 1998 quando a guidarla non c’era più Velasco, ma Bebeto, l’uomo che costruì quella che probabilmente è stata la squadra più spettacolare di ogni tempo: la Maxicono Parma del 1993.

Ma allora di chi fu il merito, di Velasco che riuscì a costruire un team eccezionale, o di quei giocatori che a distanza di anni vengono ancora ricordati tra i migliori di ogni tempo? Beh, perché un matrimonio funzioni devono essere bravi entrambi. E lì lo furono, perché l’allenatore migliore del momento, che cambiò la pallavolo con la sua analisi statistica, il suo metodo di allenamento globale, la sua maniacalità e la sua mente brillante, incontrò un “generazione di fenomeni assoluti” ed insieme riuscirono a regalarci un sogno, che dopo tanti anni mette ancora i brividi.

Il “mistero” della veloce a Lucchetta

Sfide, Generazione di fenomeni

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